La bellezza salverà il mondo

La bellezza salverà il mondo

F. Dostojevski

Un importante interesse, che sollecita una pratica della bellezza, è di carattere economico.
Questo può sorprendere, perché generalmente la bellezza è considerata qualcosa di accessorio, un lusso, estranea allo scopo dell’economia.

Se, per esempio, c’è da costruire una piazza, i progettisti definiscono prima di tutto la questione del traffico, poi l’accessibilità per le compere e per gli altri usi commerciali; come ultima cosa viene l’ “immagine” della piazza: una scultura commissionata, una fontana, un piccolo gruppo di alberi e alcune aiuole, alcune luci speciali.

L’artista è l’ultimo ad essere convocato e il primo ad essere eliminato, quando il progetto inizia a superare lo stanziamento.
L’abbellimento costa troppo.
E’ antieconomico.

Invece, contrariamente a questo consueto modo di vedere, la bruttezza costa di più.

Qual è l’economia della bruttezza? Quanto costano in termini di benessere fisico e di equilibrio psicologico un design trascurato, coloranti da quattro soldi, suoni, strutture e spazi privi di senso?

Passare una giornata in un ufficio sotto un’accecante luce diretta, su cattive sedie, vittime del costante monotono ronzio del computer, posando gli occhi su una moquette logora e macchiata, tra piante artificiali, compiendo movimenti unidirezionali, premendo un pulsante, reprimendo i gesti del corpo, per poi, alla fine della giornata, tuffarsi nel sistema del traffico o dei mezzi pubblici, in un fast food e in un’abitazione di serie.

Che costo ha tutto questo? Quanto costa in termini di assenteismo? In termini di ossessione sessuale, di abbandono della scuola, di iperalimentazione e di attenzione frammentaria? Qual è il costo di tutti i rimedi farmaceutici, di quella gigantesca industria dell’evasione che è il turismo, dello spreco consumistico, della dipendenza dalla chimica, della violenza nello sport, e di quel colonialismo mascherato che è il turismo?

Forse che le cause dei maggiori problemi sociali, politici ed economici del nostro tempo non potrebbero essere ricercate anche nella repressione della bellezza?

J. Hillman
da La politica della bellezza